Caritas: «Tessiamo reti di solidarietà nelle comunità cristiane»

Intervista al nuovo direttore don Pierluigi Codazzi: prospettive nel solco della continuità

Raccontare che cosa sia la Caritas non è cosa semplice, perché la carità ha mille sfaccettature e mille volti. A Cremona, oggi, il volto più rappresentativo è quello di don Pierluigi Codazzi, nominato direttore della Caritas diocesana da poche settimane e che succede a don Antonio Pezzetti. «Per capire il mio compito qui, forse è bene fare un passo indietro. Io sono stato nominato direttore dal vescovo di Cremona, che è presidente di Caritas Cremonese.

Contestualmente due realtà laiche emanazione di Caritas – Servizi per l’accoglienza e Carità e lavoro – mi hanno scelto come presidente». Il sacerdote si è trovato quindi responsabile di tante «opere segno» di Caritas che a Cremona sono cresciute nel tempo: Casa di Nostra Signora, Fattoria della carità, Comunità Lidia, Casa Giovanni Paolo II, Comunità San Francesco, Casa della speranza e Casa dell’accoglienza. Tutte realtà attive sul territorio e in prima linea su diversi fronti: dall’accoglienza dei migranti al disagio minorile, dalle tossicodipendenze alla cura dei malati di Aids.

«Io sto capendo che il mio compito qui – ci dice don Codazzi – è quello di accompagnare la comunità nell’educazione alla carità cristiana, ai diversi tipi di carità di cui c’è bisogno. Ho scelto di immedesimarmi fino in fondo in questa realtà e per questo sono andato a vivere nella Casa dell’accoglienza, come aveva già fatto don Antonio Pezzetti. Non per un obbligo, ma perché percepisco l’importanza della condivisione del bisogno. Dico questo per sottolineare che sto iniziando una strada nel solco di quanto è già stato fatto da chi è venuto prima di me. Vivendo con i migranti mi sto accorgendo, però, che non devo cedere alla tentazione dell’assistenzialismo. È giusto tentare di soddisfare i bisogni primari di chi è in difficoltà (cibo e abiti sono in cima alla lista), ma è ancora più importante aiutarli a raggiungere un’indipendenza che renda veramente liberi. E poi, più di tutto, credo sia importante l’ascolto. Questo vale in tutti gli ambiti in cui Caritas è impegnata. Ci siamo resi conto di quante siano purtroppo le solitudini che si vivono oggi sul nostro territorio: dagli anziani alle ragazze madri, passando per i malati e i più poveri».

E prosegue: «Per questo, ripeto, l’educazione alla carità è una cosa che deve coinvolgere tutti, perché è un servizio per tutti. Per i migranti, ma anche per le tantissime persone in difficoltà che incontriamo quotidianamente sulla nostra strada. Ho chiesto al centro di ascolto di tenere i rapporti con tutte le zone pastorali, con le Caritas locali, la San Vincenzo e tutte le realtà presenti sul territorio. E voglio incontrare tutti, dialogare con tutti. Nessuno deve sentirsi escluso o esentato dall’esercizio della carità». Con questo sguardo si è deciso di caratterizzare quest’anno la consueta «Settimana della Carità»: un’occasione unica di proseguire nel lavoro di tessitura delle reti di solidarietà nelle comunità parrocchiali.

Sul solco di quanto già raccontato da don Pierluigi, anche il corpo volontari cremonesi  – in prima linea tutto l’anno e anche durante questa settimana – ha sottolineato come a volte sia proprio la carità che scade in assistenzialismo (seppur con onesti intenti) a creare e ricreare le situazioni di povertà negli individui e nelle famiglie. Ed è proprio per non diventare meri distributori di pacchi che si è intrapreso un percorso che mette al centro del di tutto la pedagogia, ovvero, l’insegnamento di una serie di strumenti cognitivi e materiali affinché le persone non ricadano in situazioni di fragilità.

Ma non sono solo le strategie o le misure del proprio calcolo a bastare. Lo sa bene don Codazzi.

«Nei miei incontri proporrò la lettura del Salmo 9, una riflessione sulla Giornata Mondiale del Povero ma soprattutto sarò lì per ascoltare, per capire quale aiuto posso offrire. Sono convinto che le opere segno dovranno lavorare di più con me nelle parrocchie e negli oratori, perché è solo tramite un coinvolgimento diretto che possiamo avviare una riflessione che sia anche culturale. Sento come esigenza quella di generare qualcosa che abbia futuro e oggi per me la carità sta nell’aiutare chi vive una situazione di fragilità a diventare autonomo, dunque libero. Questo spezza le catene della povertà. Ma possiamo farlo solo a partire da quanto dice il Salmo 9, e cioè certi del fatto che la nostra speranza va riposta in Dio e non nelle nostre mani. Possiamo occuparci dei poveri solo perché siamo sicuri che il Signore non verrà mai meno alla promessa di occuparsi di loro. I poveri non li salviamo noi. Per questo desidero una carità, dunque una Caritas, capace di generare».

 

Maria Acqua Simi

(Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova)

 

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